Monthly Archives:September 2020

SANTO STEFANO work shop 17 Settembre 2020

26 Sep 20
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Il Ministro Giuseppe Provenzano arriva nel porto di Ventotene a bordo di una motovedetta della Guardia di Finanza
Sulla banchina del porto di Ventotene Francesco Carta toglie la mascherina per farsi riconoscere

Il Ministro Provenzano con il Sindaco Gerardo Santomauro e la Commissaria Silvia Costa
L’Assessora Regionale Enrica Onorati, il Prefetto di Latina Maurizio Falco, La Commissaria Silvia Costa, il Ministro Giuseppe Provenzano, l’Assessore del Comune di Ventotene Francesco Carta
Il Sindaco Santomauro presenta al Ministro un suo omonimo: Giuseppe Provenzano

Giuseppe Provenzano, Ministro per il Sud e per la Coesione Territoriale,  ha  visitato l’ex reclusorio di Santo Stefano e il piccolo cimitero. Si é recato poi a rendere omaggio  ad Altiero Spinelli sepolto nel cimitero di Ventotene.

L’arrivo a Santo Stefano con il gommone della Guardia di Finanza
Si sale verso il reclusorio

Ha dichiarato di essere rimasto impressionato dalla bellezza e dall’alto valore simbolico e storico dei luoghi. La sua visita testimonia la decisa volontà del Governo di proseguire nel programma di recupero del reclusorio di Santo Stefano.

All’interno del reclusorio

La storia del reclusorio raccontata da Salvatore Schiano

L’introduzione del Sindaco Gerardo Santomauro al convegno del giorno precedente
“Ventotene e Santo Stefano: due isole, una storia e un patrimonio europeo”
Verso la candidatura per il Marchio del patrimonio europeo

E’ nel Mediterraneo, tra l’Africa e l’Europa che si costruisce il futuro, e l’abolizione del trattato di Dublino, dichiarato recentemente da Ursula Von Der Leyen, sta a dimostrare che è possibile un modo nuovo di vivere il Mediterraneo e i fenomeni del più grande movimento migratorio mai avvenuto prima di ora. Subito dopo interviene con un video messaggio il Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli.

David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo in video messaggio

Anch’egli ricorda lo straordinario messaggio di aprire una fase nuova nell’Europa, proprio nel momento drammatico della pandemia in corso da cui bisogna uscire con un grande sforzo solidaristico e una concezione nuova di sviluppo sostenibile che punti sulla formazione dei giovani e investimenti a lungo termine. E di tutto ciò, l’Italia intende farne parte a pieno titolo.

La Commissaria Silvia Costa

La Commissaria Silvia Costa ha illustrato le linee sulle quali marcerà il: la straordinaria ricchezza  architettonica dell’ex reclusorio e la sua storia, fatta di uomini e di sofferenze inaudite, spesso di innocenti, condannati per un semplice anelito di libertà. Il Responsabile Unico del Contratto  Giampiero Marchesi  ha illustrato il resoconto di quanto fatto finora e che cosa sarà necessario fare e molto rapidamente, date le condizioni di grave deterioramento della struttura.

Francesco Carta

Il Referente Unico del Comune di Ventotene, delegato al recupero di Santo Stefano, Francesco Carta, ha posto il problema di avviare subito la procedura per la messa in sicurezza del bene ed il progetto concorso che dovrà indicare la rifunzionalizzazione della struttura. Ha indicato anche la necessità di promuovere un Ente Gestore sotto forma di Fondazione per poter immediatamente utilizzare il bene non appena terminati i lavori di recupero. Sono poi seguiti numerosi interventi su tutti gli aspetti del programma, dalla storia del carcere alla ricerca, formazione e studio. Ha moderato Cristina Loglio e sono intervenuti Stefano Baia Curioni, dell’Università Bocconi di Milano, Rita Biasi,Università della Tuscia, Marco Causi,Università Roma 3 e Francesco Collotti, Università di Firenze. 

Salvatore Schiano e Piervittorio Buffa

A seguire, Salvatore Schiano di Colella guida storica di Santo Stefano, il giornalista e scrittore Pier Vittorio Buffa,

Filomena Gargiulo

Gabriele Panizzi Vicepresidente dell’Istituto Altiero Spinelli

la storica Filomena Gargiulo, Grabiele Panizzi, Vicepresidente dell’Istituto Altiero Spinelli,  Roberto Vellano, presidente dell’European Network Cultural Istitus (Eunic), Guido Garavoglia, presidente dell’Associazione per Santo Stefano in Ventotene. Roberto Sommella, presidente dell’associazione Nuova Europa.

Guido Garavoglia Presidente dell’Associazione Santo Stefano in Ventotene

Santo Stefano fa parte dell’Area Marina Protetta di Ventotene e pertanto il recupero e la rifunzionalizzazione dovranno essere realizzati recando il minimo disturbo all’avifauna. Non solo ma si andrà a sperimentare una logistica dei servizi che farà delle energie rinnovabili un banco di prova inedito.

Il Direttore della Riserva Antonio Romano

 Antonio Romano, direttore dell’Area Marina Protetta e della Riserva Naturale Statale delle Isole di Santo Stefano e Ventotene, ha dichiarato che ci sono tutte le premesse per cominciare i lavori in tempi brevi.

Nicola Bosco

L’Ing. Nicola Bosco, di Ventotene, che già da tempo aveva presentato delle idee soprattutto in tema di produzione dell’energia, ha sottolineato la delicatezza dell’habitat di Santo Stefano che dalla chiusura del reclusorio avvenuta nel 1965 è ritornato completamente naturale. E Grammenos Mastrojeni, dell’Unione per il Mediterraneo che ha sottolineato le potenzialità di sviluppo sostenibile che fa la cifra dell’intero arcipelago ponziano. Potrebbe sicuramente divenire un esperimento senza precedenti di buona gestione e politica ambientale.

Anthony Santilli, Responsabile  dell’Archivio storico di Ventotene, ha indicato la necessità di affermare e ampliare la conoscenza della storia, creando una specificità non solo nella storia dell’Italia ma anche dell’Europa.  E Martina De Luca, della Scuola del Patrimonio Culturale Mibact, ha assicurato l’interesse nel sostegno alla formazione di chi si occupa del patrimonio culturale. Anche Maurizio Gentilini, del Dipartimento Scienze umane e sociali e Patrimonio culturale CNR, ha ribadito l’interesse del CRN ad entrare nel progetto sottolineando l’importanza della ricerca nel perseguire la formazione.

Mattia Matrone

Infine sono intervenuti l’imprenditrice Anna Impagliazzo, titolare del ristorante “Il Giardino di Ventotene”e Mattia Matrone, giovane imprenditore, titolare dell’impresa “5 tomoli”, che hanno manifestato la volontà fattiva dei cittadini di Ventotene nel sostenere il progetto. Luca Masi, dell’Anci Lazio, ha assicurato l’impegno dell’ANCI per garantire il necessario coinvolgimento di tutti gli Enti amministrativi a partire da quelli locali.  Francesca Ricci, presidente della Lega navale Ventotene, ha sottolineato l’importanza di perseguire il recupero di Santo Stefano e al tempo stesso di tutelare gli ecosistemi di entrambe le isole di Ventotene e Santo Stefano. Bisogna affrettarsi, il tempo non è molto. Per la prossima primavera dovrà essere tutto pronto: l’avvio dei lavori per la messa in sicurezza, l’approvazione del piano di fattibilità e l’edizione del bando per il concorso di progettazione.

Francesco Collotti Università di Firenze

Il Comandante della Capitaneria di Porto di Ventotene Renato Carbone e Piervirgilio Dastoli collaboratore di Altiero Spinelli

GAETANO BRESCI l’anarchico che venne dall’America

26 Sep 20
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Il mio album di famiglia con regicida.

Per decenni gli storici hanno cercato le figlie di Gaetano Bresci, l’anarchico che uccise Umberto I. Il bisnipote, manager californiano, racconta la loro fuga e la vita spesa a dimenticare il nome del padre

DI ANDREA SCERESINI

C’era nella città di Fresno, in California, una donna che non voleva essere trovata. Aveva paura che qualcuno potesse riconoscerla, ed era talmente terrorizzata che cercò di nascondersi persino da morta. Quando spirò, nel gennaio del 1981, chiese che sulla lapide venisse inciso soltanto il cognome del marito – Mitchell – perché il suo avrebbe dato fin troppo nell’occhio. Quella donna aveva un nipote, Craig, che oggi vive a Sacramento e lavora come manager al dipartimento delle opere pubbliche.

Craig è il classico esponente della western middle class: vota repubblicano, ha una famiglia abbronzata, una casa con il giardino e la bandiera a stelle e strisce che sventola sul pennone. La verità sulle sue origini l’ha scoperta soltanto a diciott’anni, quando – da bravo ragazzo qual è – stava per diplomarsi a pieni voti in un college di successo. «Furono i miei a raccontarmi la cosa – ricorda -. Per farlo, dovettero aspettare la morte della nonna, perché lei non avrebbe mai acconsentito. Ecco, il fatto è che aveva paura delle vendette: temeva che qualcuno, dall’Italia, venisse a cercarci per tirarci il collo».

Muriel la figlia più piccola di Gaetano Bresci a 16 anni

La nonna di Craig si chiamava Muriel, e quando è venuta al mondo – il 22 settembre del 1900 – suo padre era già entrato nella storia. Lo aveva fatto passando fragorosamente dalla porta principale: acquistando una Harrington & Richardson a cinque colpi, attraversando l’oceano a bordo di un transatlantico, prendendo un treno per Monza e abbattendo con tre proiettili Umberto I di Savoia. Il suo nome era Gaetano Bresci, e di certo avrebbe avuto molto da ridire sulle successive frequentazioni sociali della sua progenie.

Per decenni, storici, giornalisti e militanti libertari hanno tentato invano di rintracciare i discendenti dell’“anarchico uccisore di re”. Probabilmente nessuno si sarebbe sognato di cercarli in una neighborhood californiana baciata dal sole del Pacifico, con tanto di vigilanza privata e i suv d’ordinanza schierati sui vialetti d’ingresso. Ma la storia a volte fa giri strani – e non sempre nella direzione più logica.

Paterson dove si stabilì Gaetano Bresci

Quando arrivò in America, nel gennaio 1898, Gaetano Bresci aveva 28 anni. Si stabilì a Paterson, New Jersey, dove il profumo degli ideali rivoluzionari si mischiava al lezzo greve delle ciminiere industriali. A Paterson un operaio su cinque era di origine italiana, ed essere italiani a Paterson significava quasi automaticamente essere anarchici. Bresci si innamorò di una ragazza irlandese, Sophie Neil, la quale gli diede due figlie: Muriel, che già conosciamo, e Madeline, classe 1899 – l’unica che fece in tempo ad abbracciare il padre.

Milano maggio 1890: cannoni in piazza Duomo

Nel frattempo Bava Beccaris aveva cannoneggiato le folle proletarie di Milano e il giovane migrante si era procurato un bel revolver da sette dollari nell’armeria H. M. Hash di Market street. Come lo utilizzò è cosa nota: il 29 luglio del 1900 Bresci fu arrestato con l’arma in pugno dopo aver risolto – a modo suo – la memorabile questione. Venne condannato all’ergastolo e si accomiatò dalla corte inneggiando «alla prossima rivoluzione proletaria».

Sarebbe morto l’anno seguente nel carcere di Santo Stefano, a Ventotene, quasi certamente per mano dei suoi secondini. Di Sophie, Muriel e Madeline non si sarebbe saputo più nulla – almeno fino a oggi.

Se gli chiedi del suo bisnonno, Craig non si scompone più di tanto. Negli anni Ottanta, lui e i suoi familiari commissionarono a un neolaureato in italianistica a Barkley la traduzione del fortunato saggio di Arrigo Petacco L’anarchico che venne dall’America, che ancora oggi viene considerato il testo-chiave sull’argomento. Craig lo ha letto e riletto, ma lo ha fatto senza alcuna partigianeria.

Sophie Neil con le figlie Madeline a sinistra e Muriel in braccio nel 1901

D’altronde, per Sophie, Muriel, Madeline e i loro discendenti questa non fu – decisamente – una storia facile. All’indomani del regicidio, i Bresci finirono nel mirino della polizia. Nel settembre del 1901, il sindaco di Cliffside Park, New Jersey – dove la famiglia si era trasferita – intimò alla donna di sloggiare e andarsene altrove «per prevenire eventuali problemi». «Andò a finire che si risposò – racconta Craig -. Convolò a nozze con un tale Joseph Mang, un sindacalista di origini tedesche. Grazie a Mang, Sophie, Muriel e Madeline ottennero l’unica cosa che in quel momento avrebbe potuto cavarle d’impaccio, almeno per qualche tempo: un nuovo cognome». I Mang presero alloggio nei sobborghi di Newark, dieci chilometri a ovest di Manhattan. Dividevano l’appartamento con un altro personaggio da film: l’anarchico Claus Timmermann, polemista e scrittore di notevole livello.

Muriel, il fratellastro Francis Farhman, Sophie la madre e Madeline, la sorella più grande

Fu una convivenza serena, sostiene Craig: l’ombra delle persecuzioni si dissipò per qualche tempo, ed entrambe le bimbe crebbero con la convinzione che Joseph Mang fosse effettivamente loro padre. La verità sarebbe saltata fuori solo diversi anni dopo, quando Muriel era già adolescente. La ragazza reagì malissimo: ebbe una forte crisi di nervi, prese tutte le lettere e le fotografie di Bresci e le bruciò. Ma nel frattempo era successo anche dell’altro: Sophie aveva deciso di scomparire sul serio.

Il proseguo di questa vicenda meriterebbe probabilmente di essere raccontato in un libro. È la storia di tre donne spaventate che vagano senza sosta in un’America in bianco e nero e dall’aspetto decisamente poco affabile – un’America che esse odiano, probabilmente, ma alla quale non riescono a sottrarsi. Anno 1912: Sophie si lascia con Mang, prende con sé le figlie e fa rotta verso ovest. La prima tappa è a Chicago, dove Muriel viene provvisoriamente lasciata in consegna a un gruppo di anarchici italiani. Sophie e Madeline proseguono fino a Glacier Park, nel Montana, dove la fu Mrs Bresci sbarca il lunario lavorando come cuoca in una tavola calda.

Anno 1913: la famiglia si riunisce a Seattle, vi resta per circa un anno e poi prende la via della California. Qui Sophie ricomincia a fare la cuciniera, mentre le due figlie, che ormai sono cresciute, si danno da fare sgobbando a mezzo servizio nelle case dei ricchi. Chissà con che sguardo li osservano, quei signori dabbene che loro padre avrebbe volentieri preso a pistolettate. Quel che è certo, è che le Bresci qualche soldo riescono finalmente a metterlo da parte. Così la vedova e le figlie del regicida di Monza mettono su casa a Monterey boulevard, San Francisco, dove i sogni al limite vanno in scena al cinematografo.

San Francisco 1915

Ecco: al buon Craig questa è la parte della storia che ovviamente piace di più. «Di lì a qualche tempo Sophie, Muriel e Madeline si misero in proprio e aprirono un chioschetto dalle parti del molo – ricorda -. Sulle prime ebbero dei problemi con la malavita locale, che all’epoca imponeva il pizzo a tutti i bottegai. Ma per fortuna la mia bisnonna era in amicizia con i portuali, i quali intervennero subito in sua difesa e in quattro e quattr’otto risolsero la questione. Così nessuno la disturbò più. Le andò bene: in seguito avviò anche un salone di bellezza, mentre Muriel e Madeline si diedero alla musica. Fondarono un complesso femminile: le Laureleye Syncopators».

Il complesso “Le Laureleye Syncopators” 1921 con le figlie di Gaetano Bresci: Muriel è la seconda da sinistra con il sax mentre Madeline è la quarta con il banjo
Pubblicata da San Francisco Traditional Jazz Foundation

Sophie muore a San Francisco nel 1932, all’età di sessantasette anni; Muriel e Madeline si sposano e prendono ciascuna la propria strada. La seconda resta in città, dove si spegnerà serenamente nel 1974. Muriel invece va a Fresno, alle porte dello Yosemite National Park, si accasa in un ranch e mette al mondo tre figlie. La maggiore, Anne Lee, che è anche la madre del nostro Craig, finirà a lavorare per la Texas Electric’s alla “Kitchen of Tomorrow”.

La tomba di Muriel – quella con inciso il solo cognome del marito – si trova al Washington Colony Cemetery di Fresno, su un letto di muschio sperduto nelle campagne: è tutto ciò che resta. Negli anni Dieci, quando era bambina e viveva con gli anarchici di Chicago, la figlia di Bresci era stata ribattezzata con un soprannome che avrebbe dovuto essere, forse, anche un programma di vita: la chiamavano Gaetanina. Ma questo Craig preferisce non raccontarlo. (la Repubblica quotidiano 02 GIUGNO 2020 )

L’intervista a Salvatore Mazzariello ed Enrico Tuccinardi sulla storia di Sophia Neil e di Madeline e Muriel, compagna e figlie di Gaetano Bresci.

Pubblicazione del 29 luglio del 2020 120° anniversario del regicidio
Gaetano Bresci

GLI AVVENIMENTI DI MONZA “IL POST”

IlPost

La Cappella Espiatoria a Monza nel punto esatto dove fu assassinato Umberto I, inaugurata nel 1910 (Wikimedia Commons)

L’assassinio di re Umberto I di Savoia, 120 anni fa

Perché e in che contesto la sera del 29 luglio del 1900 un uomo – Gaetano Bresci – uccise il re d’Italia

La sera del 29 luglio del 1900 il re d’Italia, Umberto I di Savoia, si trovava a Monza e stava tornando da una manifestazione sportiva, dove aveva partecipato alla cerimonia finale premiando gli atleti. Era in una carrozza scoperta insieme al ministro della Real Casa Emilio Ponzio Vaglia e al suo aiutante di campo, Felice Avogadro di Quinto: si apprestavano a tornare verso la Villa Reale, poco lontano, percorrendo via Matteo da Campione, dove si era tenuta la manifestazione. Il re era seduto sul lato esposto alla folla, e mentre si alzava in piedi per salutare i presenti – pochi istanti dopo la partenza della carrozza – fu raggiunto da un uomo poco più che trentenne armato di una rivoltella. Senza incontrare alcuna resistenza, l’uomo sparò quattro colpi, tre dei quali raggiunsero Umberto I al collo e al petto. Il re fu poi trasportato alla Villa Reale tra la concitazione generale, ma era già morto.

L’agenzia di stampa Stefani – la prima della storia d’Italia, dismessa dopo la Seconda guerra mondiale – diffuse la notizia con questo comunicato la mattina del 30 luglio:

Ieri alle ore 21,30, il Re, accogliendo l’invito del Comitato del Concorso provinciale ginnastico apertosi il 29 corr., si recava alla palestra, accolto dalle Autorità e dalla popolazione acclamante; alle 22.30, finita la premiazione e mentre il Re stava per uscire dalla Palestra in carrozza coperta, furono improvvisamente sparati quattro colpi di rivoltella da un individuo che venne arrestato e a tempo sottratto dal furore popolare. Il Re venne colpito da tre proiettili, uno dei quali toccò il cuore; giunse al palazzo esanime. Il regicida si qualifica per Bresci Gaetano fu Gaspare e fu Maddalena Gobbi, nato a Prato il 10 novembre 1869, tessitore di seta. Dicesi anarchico e proveniente dall’America. Dice di non avere complici e di avere commesso l’esecrando delitto in odio alla istituzione che il Re rappresenta. Sarebbe qui giunto il 27 luglio da Milano, ove si trovava da alcuni giorni.

Perché Umberto fu ucciso?

Per capire le cause dell’attentato bisogna ripercorrere brevemente la storia dell’assassino, Gaetano Bresci. Nacque a Coiano, frazione di Prato, da un agricoltore e da una casalinga e iniziò a lavorare presto, da bambino, come calzolaio. Poi suo padre lo fece assumere come operaio in una nuova industria tessile costruita sui terreni agricoli che aveva venduto: Bresci diventò così un operaio specializzato e nel frattempo cominciò a frequentare gli ambienti anarchici pratesi, partecipando a scioperi e finendo in guai giudiziari che lo portarono, a 29 anni, a rifugiarsi negli Stati Uniti, a Paterson (New Jersey), dove c’era una consistente e molto attiva comunità italiana anarchica.

– Leggi anche: Abbiamo perso un’occasione per fare una riflessione su Giolitti e sul colonialismo, scrive Lorenzo Ferrari

Nonostante la scarsa istruzione che aveva ricevuto, Bresci viene descritto da molti come un uomo intelligente e carismatico. Il medico del carcere di Santo Stefano nell’arcipelago delle isole pontine, dove Bresci scontò la pena dopo il regicidio, lo descrisse come un uomo dotato di una «cultura e un’anima che, se non fossero stati rivolti al male da un’opera di distruzione morale, lo avrebbero reso il migliore dei lavoratori intelligenti». Filippo Turati, uno dei primi leader politici socialisti italiani, conobbe personalmente Bresci dopo l’attentato e ne parlò in modo diverso: non gli parve granché intelligente ma lo descrisse come una «figura fredda e concentrata, quasi glaciale».

Bresci era un sostenitore della cosiddetta «propaganda del fatto», a cui aderiva solo una parte del più complesso movimento anarchico, che in Italia si diffuse nei decenni precedenti all’assassinio di Umberto I. Semplificando, la «propaganda del fatto» teorizzava la necessità di intraprendere azioni concrete – talvolta illegali e violente – per raggiungere gli obiettivi dell’anarchismo e affermarne i valori nella società: il rifiuto di ogni forma di autorità e il raggiungimento di una società senza stato.

Il regicidio, che Bresci progettò in breve tempo all’epoca del suo rientro in Italia, era la massima espressione di quelle azioni concrete previste dalla «propaganda del fatto».

In quegli anni non solo gli anarchici ma anche altri gruppi avevano fatto attentati simili in altri paesi, al punto che in riferimento a questo periodo si parla spesso di terrorismo: per citarne solo alcuni, nel 1898 l’italiano Luigi Luccheni uccise a coltellate Elisabetta d’Austria (più nota come “principessa Sissi”, anche se non era né principessa né veniva chiamata Sissi); nel 1908 avvenne un altro regicidio in Europa, stavolta da parte di due repubblicani che uccisero il re del Portogallo Carlo di Braganza; nel 1894 il presidente francese Sadi Carnot, nipote del famoso scienziato omonimo, venne ucciso da un altro anarchico italiano, Sante Caserio. Peraltro lo stesso Umberto I era sopravvissuto ad altri due attentati prima di quello di Bresci, uno nel 1878 e uno nel 1897.

Al di là del contesto ideologico in cui maturò la decisione di Bresci, ci fu anche un movente preciso: Bresci voleva vendicare le rivolte represse con la violenza negli anni precedenti, in particolare quella a Milano nel 1898 in cui a causa di una tassa sul grano ci furono estese proteste represse militarmente dal generale Fiorenzo Bava Beccaris, che sparò sulla folla uccidendo quasi cento persone.

A febbraio del 1900, quindi, Bresci si procurò a Paterson una rivoltella Harrington & Richardson a cinque colpi e dopo tre mesi tornò in Italia con l’intento di uccidere il re. Dopo l’assassinio, Bresci venne sottoposto a un processo piuttosto sbrigativo e condannato all’ergastolo, da scontare per i primi dieci anni in isolamento. Morì nel 1901, secondo la versione ufficiale di suicidio.

Il complotto internazionale

Subito dopo la morte del re cominciò a circolare l’ipotesi, sostenuta con insistenza dalla polizia e dai giornali, che Bresci non avesse agito da solo ma insieme a una rete internazionale di complici, forse su spinta di qualcuno più in alto di loro. A un certo punto si ipotizzò addirittura che dietro all’assassinio di Umberto ci fosse Maria Sofia di Baviera, ex regina delle due Sicilie, e le indagini per cercare questi complici furono condotte anche negli Stati Uniti, da dove Bresci era partito.

Delle indagini americane si occupò Joe Petrosino – detective italiano rimasto famoso nella polizia di New York per i suoi metodi di lotta alla criminalità organizzata – il quale arrivò alla conclusione che la rete internazionale anarchica esisteva e che Paterson era una parte fondamentale di questa rete.

L’ipotesi del complotto sopravvive ancora oggi, ma in realtà non ci sono prove che la sostengano. Gli storici più rigorosi ritengono che i vari attentatori di questo periodo storico abbiano sempre agito da soli, forse ispirandosi l’un l’altro, ma mai spinti da una presunta rete internazionale di anarchici, né tantomeno da qualcuno al di sopra di questa rete.

Che re era Umberto I?

Dopo la morte di Umberto I, la regina Margherita si adoperò molto e con parziale successo per diffondere il mito del “re buono”, secondo cui Umberto sarebbe stato un re generoso e magnanimo nei confronti del suo popolo: nel periodo successivo al regicidio  i giornali contribuirono molto a diffondere questo mito, soprattutto quelli più vicini alla monarchia come il Corriere della Sera e Italia Reale.

Ma quello del “re buono” è appunto un mito, e le testimonianze dell’epoca parlano di Umberto I come di un sovrano piuttosto rozzo e ignorante: non aveva nessun interesse per l’arte o la letteratura, a differenza di sua moglie, e una delle poche cose di cui gli importava erano le sue tantissime amanti. Una volta disse al figlio ed erede Vittorio Emanuele che per essere re «basta saper fare la propria firma, leggere il giornale e montare a cavallo». È difficile stabilire cosa pensassero i sudditi del loro re, ma di sicuro tra i suoi servitori e i suoi cortigiani Umberto non aveva una buona reputazione, e neanche tra diversi personaggi politici che si scontravano spesso con la sua incompetenza e il suo disinteresse per le questioni politiche.

Torino, 2008 (ANSA/TONINO DI MARCO/DRN)

Forse è per queste caratteristiche di Umberto che negli anni ci sono state diverse valutazioni di storici e intellettuali non del tutto negative nei confronti del suo assassino, oltre al fatto che Bresci gode di un culto ben consolidato tra gli anarchici, alimentato con canzoni e commemorazioni.

Nel 1947 Gaetano Salvemini scriveva: «Umberto faceva il tiranno nel senso classico della parola tenendo mano allo strangolamento della libertà […]. La memoria di Bresci rimane circondata da un’aureola di simpatia e gratitudine nella coscienza di molti italiani […]. La grande maggioranza del Paese trovò che Umberto quella palla di revolver non l’aveva rubata».

BRESCI VIENE CONDANNATO ALL’ERGASTOLO CON SETTE ANNI DI SEGREGAZIONE CELLULARE

MA COME ANDARONO LE COSE NELL’ERGASTOLO DI SANTO STEFANO?

A Santo Stefano Bresci arriva con nutrita scorta, sempre incatenato, il 23 gennaio 1901. D’ora in poi tutto quello che sapremo di lui è di fonte poliziesca, perché più nessuno lo vedrà, almeno vivo, salvo il prete dell’ergastolo, una volta, e le guardie carcerarie a lui addette. Stando a quando disse il direttore del carcere, il cavalier Cecinelli, si dimostrava assai tranquillo, s’era dato regole per fare movimento, per quel che i ferri ai piedi gli consentissero, e aveva chiesto da leggere, come suo diritto, i libri della biblioteca. Particolare non secondario per descrivere il clima di quel sistema carcerario, la biblioteca si componeva di quattro volumi in tutto! Uno era la bibbia, uno “La vita dei santi padri”, uno il “Bol- 13 lettino di disciplina carceraria”, l’ultimo un dizionario di francese. Direi una paurosa presa in giro per chi voleva leggere, avendo tempo per tutto il resto della vita, per di più dovendo, caso mai succedesse, entrare in competizione con gli altri quasi trecento ergastolani per le letture. La bibbia gli fu data d’ufficio dal prete. Dopo pochi giorni la rese e prese il dizionario. Si mise a studiare il francese, asserendo che così avrebbe imparato un’altra lingua oltre l’inglese. Bresci parlava spesso con le due guardie che lo sorvegliavano, faceva discorsi sociali, pure di politica, raccontava la sua vita, ecc., anche se nessuno poteva parlare con lui. Il pasto, una brodaglia magra e una pagnotta, erano serviti per le undici. Spesso ne conservava una parte per la, diciamo, cena.

Reclusorio di Santo Stefano – Corpo di guardia (al centro della foto) dove era stata realizzata la cella speciale per Gaetano Bresci

Date le fonti, non sappiamo di percosse, che venivano spesso ammannite nelle carceri e ergastoli. C’era la possibilità, per chi aveva danaro, di farsi inviare cibo dallo speciale spaccio per i detenuti. Bresci aveva ricevuto 60 lire dalla moglie. Ogni tanto acquistava qualcosa. Nei quasi quattro mesi in cui restò in vita, spese solo 10 lire. Non diede mai segni di squilibrio mentale, o alterazioni, o solo scoppi d’ira. Ai carcerieri diceva che era sempre certo della prossima rivoluzione, che l’avrebbe liberato. Unica preoccupazione, la famiglia, di cui non sapeva più nulla, in quanto le numerose lettere, molte della moglie, non poteva riceverle durante la segregazione. Pare che in quel breve periodo ammontassero a varie centinaia. Aveva diritto al periodo d’aria. Ma durante l’aria gli altri ergastolani venivano ritirati, per cui la sua solitudine era totale. In definitiva il quadro che viene fatto di Bresci dalla direzione è decisamente idilliaco, troppo idilliaco.

Tuttavia esso, vista la fonte, fa escludere squilibri mentali. Mercoledì 22 maggio 1901 Bresci mangiò il pasto delle undici come al solito, però s’era fatto portare l’extra d’un bicchiere di vino e del formaggio [29 luglio 1900 : 39 nota 9]. Il vino lo bevve, ma lasciò il formaggio per la cena assieme a del pane. Poi fece i suoi soliti e regolari esercizi ginnici, una specie di palleggio contro il muro con il tovagliolo appallottolato. Poi si mise sulla sedia, a leggere o a dormire. La guardia che lo sorvegliava dichiarò che, per un bisogno corporale impellente, alle due e cinquanta esatte del pomeriggio abbandonò lo spioncino e vi ritornò due o tre minuti dopo. Bresci era morto, impiccato con il tovagliolo alla sbarra della finestra. Come testimone della scena, fu chiamato un ergastolano semi analfabeta e seminfermo di mente. Il giorno 24 il cadavere fu esaminato da tre medici, o professori secondo le fonti, Granturco, Corrado e De Crecchio. Non trovarono lesioni da percosse o altro, e risposero positivamente al quesito se la morte fosse per impiccagione in quanto i sintomi e le lesioni erano da soffocamento. Particolare sconcertante, Arrigo Petacco [1970 : 143] dice che «Sollevò invece stupore il fatto che la salma presentasse evidenti segni di un’incipiente putrefazione, cosa che venne giudicata del tutto anormale essendo il Bresci morto da sole quarantotto ore».

Santo Stefano – Cappella del cimitero

Due giorni dopo fu sepolto, secondo Petacco, nel cimitero del penitenziario, si dice assieme alle lettere a lui giunte. Tutti i documenti importanti sulla morte, specie quelli del ministro dell’interno Giolitti, mancano negli archivi. Sulla sepoltura ritorneremo nel prossimo paragrafo. Il particolare del tovagliolo può non essere secondario. Infatti con un tovagliolo non ci si può avvolgere il collo, fare il nodo scorsoio, e poi legare l’altro capo all’inferriata. Pertanto la stessa direzione ammise implicitamente l’omicidio. Se è così, Bresci fu suicida- 14 to, anche se in molti ritengano che si trattò d’un asciugamano, taciuto dalla direzione carceraria in quanto vietato ai segregati.6 I più che legittimi dubbi: va da se che solo chi voleva crederlo, credette in un suicidio. A che pro avanzare il formaggio ordinato, e del pane, per la cena e poi impiccarsi? Certo, un lampo di follia. Ma Bresci, per ammissione della direzione del carcere, non ne diede mai nessun segnale, nemmeno nelle ore precedenti la sua morte, perfino negli ultimi minuti. Come mai diede segni di sconforto. Poi perché lui, sempre così convinto nell’imminenza della rivoluzione, come la stessa direzione attestava, tanto da fare predicozzi, se non minacce, alle sue guardie, doveva suicidarsi dopo soli quattro mesi di cella? E’ possibile che tutto avvenne nei due o tre minuti in cui la guardia, guarda caso, s’era allontanata? E allora, perché non fu punita? Anzi, perché, nessuno fu punito? Del fazzoletto-asciugamano abbiamo già detto. Però c’è un altro particolare che aggiunge esca al dubbio, e che non mi pare sia stato sottolineato da altri, almeno e me noti. Il collegio medico necroscopico peritale parlò di sintomi e lesioni da soffocamento, e non da rottura delle seconda vertebra cervicale, come dovrebbe essere in un’impiccagione fatta a regola d’arte, specie dal boia e suo tirapiedi.

Ora la morte per frattura della seconda cervicale è pressoché immediata, mentre quella da soffocamento decisamente più lenta, qualche minuto. E’ possibile che Bresci in tre minuti fosse riuscito a far tutto e morire persino per soffocamento? Ma si può fare un’altra singolare congettura, anche questa credo nuova. Pochi sanno che il nuovo re, per propria decisione, lasciò una pensione alla vedova di Bresci e alle sue due bambine. Perché una simile generosità? La bizzarria d’un sovrano? Un atto di regale magnanimità? O il rimorso dato dalla conoscenza che Bresci era stato assassinato?

Giuseppe Mariani, accusato della strage del cinema Diana di Milano, fu condannato all’ergastolo e finì nella cella del Bresci a Santostefano

Giuseppe Mariani [1954 : 173-178], l’anarchico attentatore del Diana a Milano, entrato una ventina d’anni dopo nello stesso ergastolo, raccolse le confessioni d’un vecchio ergastolano, Croce, graziato nel 1926 dopo quarant’anni di detenzione. Quando giunse Bresci, dunque Croce era già a Santo Stefano, dove si portavano ancora le catene ai piedi anche se ufficialmente erano state abolite. Gli ergastolani seppero della morte di Bresci prima che la notizia fosse diffusa, per il semplice motivo che un giorno non li ritirarono quando Bresci aveva il suo momento d’aria. Croce riteneva impossibile impiccarsi all’inferriata portando i ferri ai piedi «pur concedendo che il sottocapo, il capoposto e la guardia incaricati della sorveglianza, si fossero addormentati». Il motivo ultimo, implicito, era lo sferragliamento che li avrebbe destati. Croce disse che «dove lo abbiano seppellito e chi lo abbia seppellito nessuno di noi l’ha mai saputo. Più tardi sentii dire che la direzione, per farlo seppellire, aveva fatto venire due condannati da altro carcere, ma nessuno li aveva visti». In effetti non si sa dove sia la salma di Bresci. Quando Maurizio Arena, l’attore precocemente scomparso, s’era messo a fare il mago, dichiarò d’aver scoperto con le sue ricerche paranormali dove fosse la tomba. 6 Su “29 luglio 1900”, a p. 35, si riporta, senza la fonte, il telegramma della direzione del carcere con cui annunziava la morte di Bresci per impiccagione con un asciugamano.

Sante Pollastro

Però altri, come Petacco, assicurano che la direzione dichiarò essere un tovagliolo. E’ assai probabile che la direzione, in un secondo momento, abbia cambiato l’asciugamano in tovagliolo. Ma è un punto che sarebbe bene approfondire.

Il brano di Francesco De Gregori narra di Girardengo e Pollastro

15 Sante Pollastro, bandito e anarchico, entrò nel 1929 a Santo Stefano a scontare i suoi tre ergastoli, e lì apprese le vecchie storie del penitenziario. Luigi Brignoli [1995 : 49] è un suo, diciamo, biografo, e da Pollastro raccolse le uniche confessioni che fece, naturalmente dopo la scarcerazione. Brignoli narra della visita fatta a Ventotene con Pollastro. Pollastro scomparve e non sapeva più dove fosse. Era andato al cimitero. Brignoli voleva vedere la tomba di Bresci, “ma di essa non c’è più nulla”. Ecco, secondo Brignoli, la narrazione di Pollastro: “Dopo che il Bresci era stato impiccato, il suo cadavere fu sepolto appena fuori del cimitero. Qualche detenuto che lavorava sull’isola ne venne a conoscenza e qualcuno posò dei fiori in quel po’ di terra senza nome. Il direttore – Cavalier Cecinelli – saputo del fatto, incaricò due fidati carcerieri di portare di notte i resti nelle cave di tufo che si trovano quasi a picco sul mare, in una parte terminale dell’isola.

Ma quei resti non dovevano avere pace: in seguito furono riportati alla luce, messi in un sacco e gettati in mare”.

Arrigo Petacco

E questa scomparsa dei resti, come della tomba senza nome, è, forse, l’ultimo mistero su Bresci. Arrigo Petacco [1970 : 145-147] ha fatto una sua ricostruzione interessante della morte di Bresci. Dai giornali dell’epoca si viene a sapere che l’ispettore Alessandro Doria, su incarico del ministro dell’Interno Giolitti, “partì da Roma per Santo Stefano alla mezzanotte del 22 maggio 1901, ossia poche ore dopo avere ricevuto la notizia della morte del regicida”. Però nell’archivio generale dello stato all’EUR di Roma, nella rubrica “carte segrete” di Giolitti, che registra gli argomenti con le indicazioni di come rintracciare i fascicoli, vi è la segnalazione d’una “relazione personale del direttore di polizia Doria circa l’ergastolo di Santo Stefano e la detenzione del regicida Gaetano Bresci” in data 18 maggio 1901. Poi, di seguito, in data 22 maggio 1901: “Notificazione del suicidio del Bresci”. I fascicoli relativi, naturalmente, mancano.

Giovanni Giolitti

Di conseguenza Petacco, suppone o ritiene, a torto o a ragione, sia che Giolitti sapesse tutto, sia che Doria il 18 fosse a Santo Stefano, e che proprio in quel giorno avvenne l’assassinio di Bresci. E questo fatto spiegherebbe l’avanzato stato di decomposizione alla visita dei medici del 24 maggio. Petacco così conclude: “Tutte supposizioni, certo. Ma indipendentemente da esse, ci sembra difficile non pensare che fra il 18 e il 22 maggio 1901, nella Regia Casa di Pena di Santo Stefano, sia accaduto qualcosa che nessuno doveva sapere”.

Ora se Petacco avesse saputo altre vicende del Doria, la sua sarebbe stata quasi una certezza. Infatti, Pier Carlo Masini [1981 : 112] ricorda come, pochissimo tempo prima, tra la fine del 1897 e gli inizi del 1898, il direttore generale delle carceri Giuseppe Canevelli e Alessandro Doria, ispettore presso il ministero di Grazia e Giustizia, dopo l’attentato al re di Pietro Acciarito nel 1897, avevano ordito una losca trama per dimostrare il complotto e permettere la repressione statale.

Pietro Acciarito

L’Acciarito, un artigiano originario d’Artena immigrato a Roma, fabbro clavario senza lavoro, tanto che aveva venduto gli attrezzi, era un poveraccio, un semianalfabeta, ridotto alla fame assoluta, alla disperazione totale. Aveva frequentato qualche volta circoli anarchici, senza peraltro essere anarchico o riconosciuto come tale, e aveva deciso d’assassinare un pezzo grosso. Scelse il re in quanto, per il derby di Roma alle Capannelle, aveva stanziato di tasca sua 24.000 per il vincitore premio, cioè per un cavallo, quando lui, un uomo, moriva letteralmente di fame. Come arma scelse il coltello, da lui stesso fabbricato. Fu talmente maldestro che non solo non riuscì a mettere piede sulla predella della carrozza reale, ma fu addirittura investito da essa e facilmente catturato.

Fu condannato all’ergastolo e vari anni di reclusione cellulare, nonostante di fatto non avesse ammazzato o ferito nessuno. Vessato e tormentato, spaventato, 16 adescato, circuito e ingannato anche con raffinati sistemi, il Doria e riuscì a avere sue false confessioni e incriminare tutta una serie di persone. Il processo per il complotto gli si ritorse contro. Infatti i testi, a carico e non, dimostrarono che non ci fu complotto, l’Acciarito ritrattò, un giudice popolare, nauseato, abbandonerà l’aula. Va da sé che i responsabili della macchinazione, a loro volta incriminati, la passeranno liscia. Ora se il Doria aveva provato con Acciarito, può essere che abbia riprovato con Bresci, stavolta nel senso d’eliminarlo. Purtroppo di questo non ne saremo mai certi. Da quanto appare, la vicenda è precorritrice del malcostume tipicamente italiano dei grandi misteri statali, dalle bombe alla fiera di Milano nell’aprile del 1969, e relativa repressione, a quelle di Piazza Fontana che aprì la strategia della tensione, dalla serie degli stragismi che mai hanno avuto un nome, ai vari golpismi degli anni ’60 e inizi degli anni ’70, dall’aereo precipitato a Ustica, ai misteri di Tangentopoli in gran parte restati tali, e a tutte le oscure vicende italiane dagli anni ’60 agli anni ’80 del ‘900.

Fondazione biblioteca archivio luigi micheletti

Giovanni Passannante, prima di Acciarito, nel 1878 fu autore di un fallito attentato alla vita di re Umberto I
Il Re Umberto I di Savoia

Presidente: «Perché lo avete fatto?»
Bresci: «Dopo lo stato d’assedio di Sicilia e Milano illegalmente stabiliti con decreto reale io decisi di uccidere il re per vendicare le vittime.»
Quando il Presidente gli chiese perché aveva compiuto quel gesto, Bresci rispose:
«I fatti di Milano, dove si adoperò il cannone, mi fecero piangere e pensai alla vendetta. Pensai al re perché oltre a firmare i decreti premiava gli scellerati che avevano compiuto le stragi.»

I moti di Milano 6 – 7 Maggio 1898: Il Generale Bava Beccaris disperde a cannonate la folla impoverita che manifestava per la mancanza di pane. Il numero esatto delle vittime non è mai stato precisato, secondo la polizia rimasero a terra uccisi 100 manifestanti e si contarono 500 feriti, per l’opposizione, i morti furono invece 350 e i feriti più di mille.
Fiorenzo Bava Beccaris fu decorato e nominato Senatore del Regno


Ascoltati i testimoni, i giurati si ritirarono per decidere e dopo pochi minuti il capo giuria ragionier Carione lesse il verdetto che dichiarava l’imputato colpevole e lo condannava ai lavori forzati.
Scontò la pena nel penitenziario di S. Stefano, presso Ventotene (Isole Ponziane) e per poterlo controllare a vista venne edificata per lui una speciale cella di tre metri per tre, priva di suppellettili.
Morì il 22 maggio 1901 “suicidato” dallo Stato e probabilmente venne ucciso anche prima di questa data ufficiale. Le autorità divulgarono la notizia del suo suicidio: impiccato per mezzo di un lenzuolo o un asciugamani.
Ben pochi ebbero il coraggio di andare oltre la triste retorica di regime e tra questi, merita una citazione il frate francescano Giuseppe Volponi che manifestò pubblicamente la propria solidarietà a Bresci e per questo fu condannato a 7 mesi di galera. Lev Tolstoj analizzò in maniera più approfondita l’origine della violenza, sostenendo che questa viene dall’alto: «Se Alessandro di Russia, se Umberto non hanno meritato la morte, assai meno l’hanno meritata le migliaia di caduti di Plevna o in terra d’Abissinia».
Alcune coincidenze: un carcerato di Santo Stefano condannato all’ergastolo ottenne la grazia, il direttore raddoppiò il suo stipendio.

La morte di Bresci su ‘Le Petit Journal’ – Il finto suicidio di Bresci sulla stampa francese

INCERTEZZA SUL LUOGO DELLA SEPOLTURA….
Vi è incertezza anche sul luogo della sua sepoltura: secondo alcune fonti, fu seppellito assieme ai suoi effetti personali nel cimitero di S. Stefano; secondo altre, il suo corpo venne gettato in mare. Le sole cose rimaste di lui sono il suo cappello da ergastolano (andato distrutto durante una rivolta di carcerati nel dopoguerra) e la rivoltella con cui compì il regicidio.

Cantano Giovanna Marini e Francesco De Gregori

      A Santo Stefano,  in  morte  di  Gaetano  Bresci  

di Antonio Impagliazzo (già Assessore del Comune di ventotene)

  Il libro  di Pier Vittorio Buffa  “Non volevo morire così”, tra l’altro,  focalizza  l’attenzione sull’ anarchico regicida  e  riaccende  i riflettori  sulla morte  di G. Bresci a Santo Stefano  .  L’autore del libro , alla pag. 35 riferisce “Resta il mistero di quella tomba con su scritto Bresci , trovata da Veronelli e curata da Salvatore Schiano di  Colella” ;  una croce ed un cartiglio , sistemati successivamente, per ricordare il recluso ;  e  poi , nel 1947 quando Sandro Pertini , davanti all’Assemblea costituente : “ Bresci” , dice,” è stato percosso a morte, poi hanno appeso il suo cadavere all’ inferriata della sua cella” .  Ma, il  racconto minuzioso di  Amedeo l’ex sacrestano di Santo Stefano , partecipato a  padre Fernando ,  Beniamino  Verde  e successivamente  a me , oggi sollecita  una domanda  : – è  lecito  nascondere la verità sulla morte e sulle ceneri del recluso Gaetano Bresci ?

                                                                                                              

Santo Stefano: cimitero

                                     

Correva l’anno 1954 e nell’ ex  carcere di Santo Stefano  faceva Il cappellano  un padre cappuccino di nome Fernando, il quale  instaurò con Beniamino Verde , una  sincera amicizia .  Lo spirito cordiale e sincero  tra i due , si consolidò allorquando, il Dott./ prof. Aurelio Taliercio , proprietario della parte privata dell’isola di Santo Stefano, si candidò  a Sindaco del  Comune di Ventotene (1956) e , nello stesso periodo, faceva il direttore dell’ergastolo il dott. Perugatti  Eugenio . 

Qualche anno dopo (1960) padre Fernando , prima di lasciare la cura spirituale dell’isola di S. Stefano, volle informare Beniamino Verde, sulle modalità della morte e del seppellimento di Gaetano Bresci a S. Stefano, che gli aveva raccontato Amedeo il sacrestano del carcere, in forma riservata  . Amedeo racconta : “avevo partecipato notte tempo alla benedizione del feretro insieme al parroco dell’epoca, ed avevo potuto raccogliere  il racconto autentico dei due carcerati , incaricati del trasportato  del  cadavere dalla cella(situata al primo piano del piccolo cortile interno), avvolto in un lenzuolo e nascosto da una coperta,  fino al bordo della fossa preparata per la sepoltura” .      Il colloquio /racconto  avvenne a Santo Stefano , nella cappella di fronte alla casa del direttore, tra padre Fernando, Amedeo il sacrestano e Beniamino Verde . 

Santo Stefano 28 Settembre 1994: al centro della foto Beniamino Verde, indimenticabile Sindaco di Ventotene, sulla destra in avanti Antonio Impagliazzo (già Assessore del Comune di Ventotene, autore dell’articolo) a sinistra davanti alla lapide Luciano Scarlini di Firenze (A.N.P.P.I.A.), tra Verde e Scarlini, Francesco Carta (Assessore delegato al Recupero di Santo Stefano dal 2017) con i suoi ragazzi.

Con la chiusura del carcere di Santo Stefano (1965) , il parroco di Ventotene padre Fernando accolse nella parrocchia di Santa Candida il sacrestano Amedeo e gli concesse una stanzetta al piano terra della canonica posizionata alla sinistra della chiesa parrocchiale  .  Negli anni 67’ ho potuto conoscere e parlare anch’io con Amedeo ; ricordo che era una persona riservata e mite , e dedicava il suo tempo , oltre alle  attività della chiesa, ad aggiustare gli orologi dei cittadini .  Mi recai da Lui più volte,  perché  vedevo in Lui una persona saggia che poteva soddisfare le mie curiosità  sulla vita dei reclusi e sugli aneddoti che si raccontavano sul carcere borbonico  .

Beniamino Verde

Un giorno ,   partecipai anch’io ad un dialogo  tra Amedeo e Beniamino  e fui stupito dal  racconto  di Amedeo : “ Roma (casa Savoia) chiedeva spesso al Direttore del carcere, notizie urgenti sulla condizione del recluso e sulla sicurezza dell’isolamento, rispetto agli altri ergastolani “ . Il recluso G. Bresci  : “era stato destinato ad una cella ubicata all’esterno del semicerchio e precisamente al piano primo del piccolo cortile interno (seconda stanza a destra ) con ingresso dal ballatoio e dotato di una finestra con grata , non molto sollevata da terra . Tre volte al giorno , le guardie destinate alla custodia ed alla vigilanza, si recavano al controllo del recluso “ .

Le modalità  sulla morte e sul seppellimento di Gaetano Bresci a Santo Stefano, raccontate  da Amedeo, furono  mantenute segrete  fino agli anni 90’ , allorquando Beniamino Verde nelle vesti di Sindaco, sollecitato anche

la scrittrice Gin Racheli

dalla scrittrice Gin Racheli, inviò una lettera al Circolo Anarchico di Massa Carrara e chiese un colloquio urgente per notizie sulla morte di G. Bresci . Venne sull’isola una delegazione del Circolo Anarchico ( il Presidente e due soci) e fu ricevuta con cordialità e rispetto .

La croce e il cartiglio sulla presunta tomba di Gaetano Bresci nel cimitero di Santo Stefano

Il Sindaco raccontò  ai presenti, la versione dei fatti , così come ricevuta dalla voce di Amedeo ex sacrestano del carcere di Santo Stefano  : – “ Gaetano Bresci, fu ricoperto da una grossa coperta e picchiato a morte il giorno 22 maggio dell’anno 1901, nessun ergastolano avrebbe potuto testimoniare sulle modalità del decesso perché il Bresci era rinchiuso in una stanzetta all’esterno del semicerchio e l’accaduto fu simulato con  suicidio da soffocamento, cioè fu trovato impiccato alla grata della camera .    Si sospetta, che la morte sia  stata attuata  su commissione, da parte di persone  estranee  al carcere.  Nel giorno successivo, notte tempo, il cadavere avvolto in un lenzuolo e nascosto da una coperta, fu trasferito da due ergastolani del carcere  davanti all’ingresso  del cimitero (prima dei tre gradini)  nel punto in cui  era stata ricavata una buca rettangolare per seppellire l’anarchico. Erano presenti al rito della benedizione soltanto il parroco con il sacrestano Amedeo. Il parroco dopo la benedizione tornò alla chiesetta ed il sacrestano si fermò per assistere alla sepoltura, ma i due ergastolani, appena il parroco si fu allontanato, trasferirono il cadavere all’imbocco del tubo in ferro, ubicato su Via Giulia, che un tempo  veniva utilizzato per trasferire i rifiuti del carcere direttamente in mare;  lasciarono entrare la salma nel tubo e la spinsero in preda ai pescecani . Ritornarono sul luogo della sepoltura e coprirono la buca che era stata realizzata per il seppellimento “ .

Una delle due scritte all’ingresso del cimitero

All’udire del racconto, la Delegazione del circolo restò muta e dopo un po’, il Presidente affermò : – Sig. Sindaco, se Lei ci concede uno spazio, il cippo di marmo a ricordo dell’evento, sarà realizzato e donato  dal Circolo Anarchico di Massa Carrara al Comune di Ventotene.

La notizia del cippo a ricordo della morte di Gaetano Bresci, fu pubblicata dalla  stampa locale ed  il Prefetto di Latina dott. Orefice chiamò Beniamino e gli consigliò di non erigere il monumento   motivando che lo Stato Italiano, fa divieto dall’erigere monumenti  a persone che hanno utilizzato la violenza delle armi contro Rappresentanti delle Istituzioni .

Il Prefetto di Latina dott. Orefice, alcuni mesi dopo venne a Ventotene per un breve riposo, come era solito fare . Ricordo di un pomeriggio del mese di Luglio, sotto il gazebo dell’Albergo,  il Sindaco Beniamino ed io  partecipammo ad un cordiale colloquio con il Prefetto, il quale ritenne con l’occasione di esporre nuovamente ed in modo più compiuto e chiaro, le motivazioni che lo avevano spinto a sconsigliare  la realizzazione del monumento da parte del Sindaco Verde . 

Cucine del reclusorio: a sinistra c’è una scritta che inneggia ai tirannicidi e a Gaetano Bresci. La scritta compare anche nel libro “Gaetano Bresci” di Giuseppe Galzerano (studioso del movimento anarchico) nella seconda edizione di Aprile 2001

Beniamino, a suo modo, ritenne di esporre a Sua Eccellenza le motivazioni che lo avevano indotto a ritenere lecito la realizzazione del  monumento a  G. Bresci  e si espresse nel modo seguente :- perché negare un cippo , a colui che è stato ucciso violentemente all’interno di  una struttura carceraria statale , in violazione della stessa legge  dello Stato Italiano?Un cippo per ricordare, forse, i luoghi atroci della sofferenza, le celle stracolme di pene e di dolori, territori in cui “tanti uomini liberi  furono  segretati e trovarono la  morte, dimenticati da tutti .

Antonio Impagliazzo

Il Reclusorio di Santo Stefano ripreso dalla copertura.

Ancora oggi, a distanza di 120 anni, un writer sconosciuto ha voluto disegnare il volto di Bresci sulla murata del porto nuovo di Ventotene. Bresci, per punire i mandanti (il Re ed il generale Bava Beccaris) della strage di Milano, uccise il Re Umberto I° provocando un moto di solidarietà e commozione attorno alla monarchia sabauda. In sostanza la rafforzò ma, allo stesso tempo, ne condizionò le successive politiche che con il nuovo Re, Vittorio Emanuele III°, ebbero maggiore attenzione versi i ceti più deboli del Paese. Molte testimonianze, scritti di storici autorevoli, racconti di detenuti di Santo Stefano, descrivono una simulazione il suicidio di Gaetano Bresci che sarebbe stato ucciso dal personale di sorveglianza. Quel suicidio, fin da subito, non convinse nessuno. E non fu, e non è ancora certo il luogo in cui sarebbe stato sepolto. Lev Tolstoj dedicò “all’uccisione di un re”, a Gaetano Bresci e agli anarchici un lungo articolo dal titolo “Non uccidere”. Tolstoj comprendeva le ragioni degli Anarchici ma ne deplorava senza appello la violenza: “se lo Zar Alessandro II e re Umberto I non meritavano la morte, tantomeno l’avevano meritata le migliaia di russi che morirono a Plewna, o le migliaia di italiani che morirono in Abissinia” (nella battaglia di Adua perirono 4.000 soldati italiani n.d.r.). Ebbene la materia, molto interessante, può essere approfondita con la ricerca anche in rete. Ma tornando alla storia di Gaetano Bresci a Santo Stefano, a supporto della tomba certa nel piccolo cimitero dell’isola c’è la sola testimonianza di Luigi Veronelli, enologo famoso e simpatizzante anarchico che lo visitò durante una vacanza alla metà degli anni ’70. Veronelli avrebbe visto le croci di ferro con i relativi cartigli e riportato il tutto su di una mappa. In epoca recente (1 aprile 2013) sulla base di quella mappa sono state poste delle croci di legno coi cartigli. Su una di queste c’è il nome di Gaetano Bresci con la data di morte senza quella di nascita. Non vi è certezza alcuna che quella sia effettivamente la tomba di Gaetano Bresci. Naturalmente gli approfondimenti continuano e li terremo aggiornati su questa pagina. Francesco Carta.

Il racconto/testimonianza di Antonio Impagliazzo su Amedeo l’orologiaio:

Effettivamente abbiamo notizie di un Amedeo (cognome al momento non conosciuto) che fu detenuto a Santo Stefano, poi graziato, visse a Ventotene. Lo ricorda bene Ugo Gargiulo (anni 88) nato nel 1932, era un ragazzino quando Amedeo (un vecchietto magro e piccolo, come ci ha detto) viveva su Ventotene. Lo ricorda molto bene che dopo buona condotta fu graziato. E’ assai probabile che stesse chiuso a Santo Stefano nel 1901 e abbia saputo la storia della finta sepoltura del Bresci. Quando è morto Amedeo? E’ lo stesso Amedeo che avrebbe riferito la storia a Beniamino Verde nell’incontro a cui avrebbe assistito Antonio Impagliazzo? E se è così, quanti anni avrebbe avuto alla chiusura del carcere? Impagliazzo è preciso nell’indicare il suo trasferimento da Santo Stefano a Ventotene alla chiusura del carcere e anzi aggiunge che nel 1967 lo avrebbe incontrato. Se ne avesse avuti 85 alla chiusura del carcere nel 1901, quando Bresci fu “suicidato” ne avrebbe avuti 22, il che è possibile ma non coincide con l’Amedeo (il detenuto graziato) raccontato da Ugo Gargiulo. Questo Amedeo avrebbe avuto la “fissa” della ricerca di un tesoro mai esistito. E i ragazzini (anche Ugo Gargiulo) gli dicevano: “Amedè, andiamo a cercà u tesoro” Questi fatto determinò un detto che ancora oggi è usato a Ventotene quando non si crede ad una cosa (o fatto) e la si paragona al tesoro di Amedeo. Faremo una verifica presso l’anagrafe di Ventotene, accertando il cognome, anno di nascita e morte di Amedeo (o degli Amedeo). Attendibili le voci del reclusorio? Con buone probabilità direi di si. Così scrive “STORICA – NATIONAL GEOGRAPHIC” – Il 22 maggio il suo corpo (Bresci) penzolerà legato a un asciugamano dalla finestra della cella. Secondo la versione ufficiale si tratterà di suicidio. Ma tra i detenuti circolerà sempre un’altra verità: perché il detenuto disponeva di un asciugamano quando il regolamento carcerario lo vietava? Come avrebbe potuto impiccarsi con le catene ai piedi e una sorveglianza continua? Sarà Sandro Pertini, che a Ventotene era stato confinato durante il fascismo (nel 1929 Pertini era chiuso in Santo Stefano n.d.r.), a darle voce istituzionale nel 1947: «Bresci è stato percosso a morte, poi hanno appeso il cadavere all’inferriata della sua cella di Santo Stefano».

Sandro Pertini

Un altra considerazione va fatta ( e che circola in Ventotene). Gaetano Bresci era anarchico, aveva ucciso il Re Umberto I°, e si era suicidato (secondo la versione ufficiale) e pertanto non poteva essere sepolto nel cimitero di Santo Stefano. A quel tempo ai suicidi venivano negate le funzioni religiose e dunque doveva essere negata anche la sepoltura in terra consacrata (il cimitero). Inoltre proprio perché si doveva accreditare la teoria del suicidio la sepoltura fuori dal cimitero sarebbe stata del tutto plausibile. Sante Pollastro che giunse a Santo Stefano nel 1929, all’età di 40 anni, riferisce di Bresci, prima sepolto fuori dal cimitero, poi portato nella cava di tufo ed infine gettato in mare (Direttore del reclusorio: Cecinelli). E’ la tesi che sosteneva anche Beniamino Verde.

Beniamino Verde capitano della squadra di calcio di Ventotene che sfidò la squadra composta dalle guardie carcerarie e dai detenuti del carcere di Santo Stefano.

Un’altra imprecisione storica riguarda la cella dove fu rinchiuso Gaetano Bresci. Era nel corpo di guardia ma aveva una finestra diretta sul cortile esterno. A riprova riporto una foto del 1901 che indica detenuti sotto la finestra della cella di Gaetano Bresci.

Francesco Carta

dicitura: forzati davanti la finestra della cella di Gaetano Bresci
fotografia del cavaliere G. Di Properzio
L’ingresso del penitenziario oggi: la cella di Bresci è contrassegnata dalla finestra con la grata alla desta dell’ingresso. Da notare che è di proporzioni più piccole delle altre.